sabato 2 luglio 2022

Leggero

Sull’ uscio d’ una camera 
oberata di ricordi
al tramontar d’ una giornata 
discola da quitare
dove
infida si sorseggia la gravità.



Peso dei Ricordi e la Fragilità della Quiete

"Leggero". È una parola che tutti desideriamo associare al nostro stato d'animo, specialmente alla fine di una giornata difficile. Eppure, raggiungere la leggerezza è spesso un'impresa tutt'altro che lieve. A volte, è un equilibrio precario, un'arte sottile che si pratica in silenzio, sull'uscio della nostra anima.

La mia poesia, intitolata ironicamente "leggero", cerca di catturare proprio questo momento di tensione: l'istante in cui si tenta di gestire il peso dell'esistenza con la delicatezza di un gesto, sapendo che la quiete conquistata è fragile e, forse, ingannevole.

"Sull'Uscio": Lo Spazio Liminale dell'Anima

La poesia ci colloca immediatamente in uno spazio liminale, uno spazio di mezzo: "Sull'uscio d’ una camera". La soglia è un luogo potente. Non si è né dentro né fuori. È il punto dell'esitazione, della riflessione, della scelta.

  • Dentro, c'è una "camera oberata di ricordi". La parola "oberata" è fondamentale: significa sovraccarica, appesantita. La stanza non è un rifugio, ma un archivio del passato, un luogo che porta un peso. Entrare significherebbe immergersi completamente in quel peso.
  • Fuori, c'è il "tramontar d’ una giornata discola da quitare". Il giorno che finisce non è stato sereno, ma "discolo": ribelle, difficile, indisciplinato. Il tramonto è il momento in cui si cerca di "quitare" questa giornata, di saldare i conti con la sua fatica, di placarla.

Il poeta si trova quindi in un doppio limbo: tra il giorno e la notte, e tra il mondo esterno e il proprio mondo interiore carico di memoria. È un momento di transizione perfetto per la riflessione che sta per compiersi.

Il Gesto Centrale: "Infida si sorseggia la gravità"

L'ultimo verso è il cuore pulsante della poesia, un'immagine di straordinaria forza e complessità. In questo luogo e in questo momento, "infida si sorseggia la gravità."

Analizziamo questo gesto apparentemente impossibile:

  • "La gravità": È il peso. Il peso della giornata "discola", il peso della camera "oberata di ricordi". È la serietà della vita, la somma delle nostre fatiche e delle nostre nostalgie. È una forza che dovrebbe schiacciarci.
  • "si sorseggia": A questa forza opprimente, il poeta non reagisce con violenza né con rassegnazione. Reagisce con un gesto delicato, quasi da degustatore. "Sorseggiare" la gravità è un tentativo di assumerla in piccole dosi, di gestirla, di non farsene travolgere. È l'atto di chi cerca di mantenere il controllo, di affrontare il proprio carico emotivo con una studiata lentezza.
  • "infida": Questo avverbio è la chiave che svela la vera natura della situazione. Perché questo sorseggiare è "infido", "traditore", "ingannevole"?
    1. È un auto-inganno: L'atto di sorseggiare la gravità è un tentativo di sentirsi "leggeri", ma è una leggerezza fittizia. È una performance. Si finge di poter gestire con eleganza un peso che in realtà è immenso. È un tradimento verso sé stessi, perché si maschera lo sforzo con un gesto apparentemente lieve.
    2. La gravità stessa è infida: Il dolore e il peso dei ricordi sono traditori. Ti illudono che tu possa gestirli a piccoli sorsi, ma sono sempre pronti a travolgerti, a trascinarti a fondo se solo perdi la concentrazione.

La Tensione del Titolo: La Fatica di Essere "Leggero"

E così, torniamo al titolo. "Leggero" non è la descrizione dello stato d'animo del poeta, ma la sua aspirazione, o forse la sua maschera. La poesia non parla di leggerezza, ma dello sforzo immane e precario che si fa per essere leggeri.

La vera protagonista è la "gravità". Il titolo "leggero" è l'etichetta ironica che diamo a quel nostro fragile equilibrio, a quella quiete conquistata a fatica che sappiamo essere costantemente minacciata. È la leggerezza di un funambolo che cammina su un filo sospeso sul baratro dei propri ricordi e delle proprie fatiche.

Un Equilibrio Precario

"Leggero" è il ritratto di un momento universale. È il silenzio che cala alla fine di una brutta giornata, quando ci troviamo a fare i conti con noi stessi. È la descrizione di un meccanismo di difesa psicologico: affrontare il peso della vita non negandolo, ma parcellizzandolo, sorseggiandolo con una cautela che sappiamo essere, in fondo, infida.

È una poesia che ci insegna che la pace, a volte, non è uno stato permanente, ma un delicato e continuo atto di equilibrio.

Vi siete mai trovati "sull'uscio", a fine giornata, a "sorseggiare" una gravità personale? E in cosa trovate la forza per non essere sopraffatti dal peso dei ricordi?


~Mia.

venerdì 10 giugno 2022

Il potere dei fiori


Non dovresti nemmeno esistere
e per fortuna esisti
Fanciullo.

~mia.


Nel buio insondabile della derisione, la determinazione emerge come una luce fievole ma inarrestabile. Attraverso il labirinto delle critiche grottesche, la volontà si intreccia con la speranza di una risoluzione pacifica. Laddove il giudizio disprezzante cerca di gettare ombre, la forza interiore si erge come un faro, guidando verso la serenità e la comprensione. In questo intricato balletto tra oscuro sarcasmo e risoluzione, la determinazione si rivela l'arma segreta per trasformare la derisione in un dialogo costruttivo, forgiando così un cammino verso una soluzione illuminante.

La Luce della Determinazione: Trasformare la Derisione in Dialogo

Questo è il paradosso e la sfida di chi si trova a navigare le acque agitate del giudizio altrui. Ma come si compie questo viaggio? Come si alimenta quella luce fievole fino a farla diventare un faro?

Il Buio Insondabile: Anatomia della Derisione

La derisione non è una semplice critica; è un'arma progettata per diminuire, per isolare. Il suo buio è "insondabile" perché non si basa sulla logica, ma su un'emozione distruttiva. Le "critiche grottesche" sono come specchi deformanti che ci vengono posti di fronte: il loro scopo non è mostrare una verità, ma distorcere la nostra immagine fino a renderci irriconoscibili a noi stessi, seminando il seme del dubbio sul nostro valore.

Il "giudizio disprezzante" agisce come un veleno lento. Cerca di spegnere il nostro entusiasmo, di raffreddare le nostre passioni, di farci credere che i nostri sforzi siano inutili o ridicoli. È un labirinto costruito con muri di sarcasmo e un soffitto di sufficienza, progettato per farci perdere l'orientamento e, infine, la speranza. Chi deride non cerca un confronto, ma una resa.

La Luce Fievole: Le Sorgenti della Forza Interiore

Eppure, anche nel buio più fitto, qualcosa resiste. La determinazione nasce come una scintilla quasi impercettibile. Non è arroganza, né la pretesa di avere ragione. È, più umilmente, la decisione di non lasciarsi definire da voci esterne. È il sussurro interiore che dice: "Io so chi sono, al di là di come tu mi vedi".

Questa determinazione si nutre di due alleate fondamentali: la volontà e la speranza. La volontà è il motore, è l'atto di mettere un piede davanti all'altro anche quando il sentiero nel labirinto non è chiaro. È la scelta di continuare a credere nel proprio progetto, nella propria visione. La speranza, invece, è il carburante. È la fiducia che esista una via d'uscita, una "risoluzione pacifica", un luogo di "serenità e comprensione" al di là dei muri del sarcasmo.

Insieme, queste forze interiori si ergono come un faro. Un faro non dissolve la tempesta, non calma le onde del giudizio, ma offre un punto fermo. È una luce che dice: "La direzione è questa. Non guardare le onde che minacciano di travolgerti, guarda me. Mantieni la rotta".

L'Intricato Balletto: La Strategia della Trasformazione

Affrontare la derisione non è una battaglia campale, ma un "intricato balletto". Richiede grazia, equilibrio e una forza che non si manifesta con la violenza, ma con la persistenza. La determinazione diventa qui "l'arma segreta", perché agisce in modo inaspettato. L'aggressore si aspetta una reazione simmetrica – rabbia, difesa, contrattacco – o una resa. Non si aspetta la calma.

Trasformare la derisione in un "dialogo costruttivo" è la mossa più sofisticata di questo balletto. Significa:

  1. Depersonalizzare: Riconoscere che la critica grottesca dice più di chi la esprime che di chi la riceve.
  2. Cercare il non detto: A volte, dietro al sarcasmo si nasconde una paura, un'incomprensione o una critica legittima espressa nel modo sbagliato. La forza interiore permette di filtrare il veleno per cercare un eventuale, minuscolo, granello di verità.
  3. Offrire un ponte: Invece di erigere un muro, si può aprire una porta. Una domanda calma come "Cosa ti porta a pensarla così?" o "Capisco il tuo punto di vista, ma permettimi di spiegarti il mio" può spiazzare l'interlocutore e cambiare completamente le regole del gioco.

Questo non significa essere ingenui o subire passivamente. Significa essere padroni della situazione, guidando la dinamica invece di esserne vittime.

Forgiare una Soluzione Illuminante

Il fine ultimo di questo percorso non è necessariamente convincere l'altro, ma raggiungere una "soluzione illuminante"per sé stessi. L'illuminazione consiste nella profonda comprensione che la nostra serenità non dipende dall'approvazione esterna.

Il dialogo può avere successo e portare a una comprensione reciproca. Altre volte, può semplicemente confermare la distanza tra le posizioni. Ma in entrambi i casi, la vittoria è già avvenuta. La vittoria è nell'aver attraversato il labirinto senza perdersi, nell'aver mantenuto la propria luce accesa nel buio, nell'aver trasformato un potenziale veleno in un'opportunità di crescita.

Forgiare una soluzione illuminante significa, in ultima analisi, raggiungere quella pace interiore che deriva dalla certezza del proprio valore, una certezza che nessuna ombra di disprezzo potrà mai più oscurare.

giovedì 26 maggio 2022

Tramonto





Resiliente.

È una parola che indossiamo come un'armatura, un aggettivo che evoca immagini di fortezze inespugnabili, di querce secolari che sfidano le tempeste. Ma questa è una visione incompleta, forse persino ingannevole. La vera resilienza non ha il volto rigido della roccia che non si scheggia mai; ha la flessibilità elegante e tenace della canna che si piega al vento, ma non si spezza.

L'origine della parola ci svela il suo segreto. Viene dal latino resilire, che non significa "resistere", ma "saltare indietro", "rimbalzare". La resilienza non è l'arte di non cadere, ma la pratica di rialzarsi. Non è la capacità di non essere feriti, ma la volontà di integrare le proprie ferite in una forma nuova, spesso più forte e consapevole di prima.

Non Siamo Querce, Siamo Canne al Vento

Per molto tempo abbiamo confuso la resilienza con l'invulnerabilità. Abbiamo ammirato la quercia per la sua apparente forza, per il suo tronco massiccio che si oppone con orgoglio alla furia del temporale. Ma la fisica e la vita ci insegnano la stessa lezione: una forza troppo rigida, sottoposta a una pressione sufficiente, non si piega. Si frantuma. La sua forza è anche la sua più grande debolezza.

L'anima resiliente, invece, assomiglia più a una canna, a un bambù. Non sfida la tempesta, ma danza con essa. Accoglie la forza del vento, si piega fino a toccare terra, permette alla pioggia del dolore di bagnarla completamente. Sembra sconfitta, arresa. Ma quando la tempesta passa, la canna, con una lentezza quasi impercettibile, si raddrizza. Non è identica a prima – forse è un po' più curva, un po' più segnata – ma è ancora lì, viva e intera. Ha capito che la vera forza non sta nell'opposizione, ma nell'adattamento.

Ubuntu (Filosofie Africane): La Forza della Comunità

In molte culture africane, la resilienza non è vista primariamente come una virtù individuale, ma come una forza collettiva.

  • Il Concetto: La filosofia di Ubuntu, riassumibile nella frase "Io sono perché noi siamo", è centrale. L'identità e il benessere dell'individuo sono inestricabilmente legati a quelli della comunità. Quando un individuo affronta una difficoltà, il peso non è solo suo, ma è condiviso e alleggerito dal gruppo. La resilienza è una rete di sicurezza sociale ed emotiva.
  • Il Proverbio: Un proverbio africano dice: "Un braccialetto da solo non tintinna". Significa che un individuo isolato ha poco impatto e poca forza, ma insieme, la comunità crea musica, sostegno e resilienza.

La Resilienza è un Verbo, non un Aggettivo

Infine, la resilienza non è una caratteristica statica che si possiede o non si possiede. È un processo attivo. È un verbo. È il praticare il ritorno.

È la scelta quotidiana di alzarsi dal letto quando il lutto sembra insopportabile. È il coraggio di riprovare dopo un fallimento. È la decisione di perdonare, non necessariamente per assolvere l'altro, ma per liberare sé stessi dal peso del rancore. È la capacità di trovare un significato anche nell'assurdità della sofferenza, di trasformare un "perché è successo a me?" in un "cosa posso imparare da questo?".

Essere resilienti è un dialogo continuo con l'avversità. È l'umiltà di chiedere aiuto, la pazienza di attendere che il tempo faccia il suo corso e la fede incrollabile nella capacità della vita di rigenerarsi, proprio come un bosco dopo un incendio, dove dal nero della cenere spuntano i primi, timidi, ma inarrestabili germogli verdi.

La resilienza è, in fondo, l'eleganza silenziosa di chi ha conosciuto il fondo, ma ha scelto di "saltare indietro", portando con sé la profonda, luminosa e dorata saggezza delle proprie ferite.

 

~mia.

lunedì 18 aprile 2022

Incontro

Vent’anni dopo
mi lancio dalla scogliera
per un tuffo nel brivido 
di una sconfitta dal sapore aspro
vittima d’ una frivola vittoria.



Paradosso di una Vittoria Amara

Ci sono momenti nel nostro passato che non ci abbandonano. Non sbiadiscono in un ricordo nebbioso, ma rimangono lì, come scogliere a picco sul mare della nostra memoria. E a volte, dopo anni di apparente quiete, sentiamo un impulso irrefrenabile di tornare su quella scogliera, non per guardare il panorama, ma per tuffarci di nuovo.

La mia poesia, "Incontro", descrive esattamente questo: un confronto tardivo e volontario con un fantasma del passato, un "incontro" con il brivido di un evento la cui vera natura si è svelata solo con il tempo.

"Vent'anni dopo": Il Peso del Tempo e il Gesto Estremo

La poesia si apre con un salto temporale enorme: "Vent’anni dopo". Questa non è una reazione a caldo, ma un atto meditato, carico del peso di due decenni. Un evento accaduto vent'anni prima è rimasto così potente, così irrisolto, da richiedere un gesto tanto estremo. Il tempo non ha lenito la ferita, l'ha forse solo nascosta, rendendo necessario questo ritorno consapevole.

Il gesto stesso, "mi lancio dalla scogliera", è una metafora di una violenza e di un coraggio quasi disperati. La scogliera è il presente sicuro, il punto di osservazione maturo da cui si guarda il passato. Lanciarsi non è scivolare, ma un atto di volontà. È la decisione di abbandonare la sicurezza del presente per immergersi di nuovo nel caos di un'emozione antica, di affrontare il rischio di annegare in un dolore mai superato.

Il Paradosso del Sentimento: Un "Brivido Aspro"

Per cosa ci si lancia? "per un tuffo nel brivido". Il poeta non cerca la pace o la dimenticanza, ma il "brivido", la sensazione pura e originaria di quel momento. Questo svela la natura quasi ossessiva del ricordo: un evento così intenso da creare una sorta di richiamo, un'eco potente che continua a vibrare anche dopo vent'anni.

Ma la natura di questo brivido è subito chiarita: è il brivido "di una sconfitta dal sapore aspro". Non è l'adrenalina dell'eccitazione, ma il fremito del dolore. Il sapore "aspro" descrive un'amarezza che non è mai andata via, un'acidità che ancora brucia sulla lingua della memoria. Il tuffo è un atto masochistico, un toccare la ferita per sentire se duole ancora. E la risposta è sì.

La Vittoria Frivola: Sciogliere l'Enigma del Passato

L'ultimo verso è la chiave di volta che illumina l'intera poesia e ne svela il paradosso più profondo. Tutta questa sconfitta amara è il risultato di essere stati "vittima d’ una frivola vittoria".

Come si può essere vittima di una vittoria? Questo ossimoro racconta una storia di profonda saggezza acquisita con l'età. Vent'anni prima, il poeta ha "vinto" qualcosa. Ma quella vittoria era "frivola": superficiale, vana, priva di reale valore.

  • Forse è stata la vittoria in una discussione che ha distrutto un'amicizia.
  • Forse è stato l'aver conquistato l'attenzione di qualcuno per poi ritrovarsi più soli di prima.
  • Forse è stato l'aver avuto ragione a tutti i costi, dimostrando un punto ma perdendo la stima o l'affetto di chi contava.

La "vittoria" era quella percepita dall'ego immaturo di vent'anni prima. La "sconfitta", invece, è la perdita reale, quella che si è compresa solo dopo, la perdita di qualcosa di infinitamente più prezioso: un legame, la pace interiore, la propria integrità. Con la maturità dei vent'anni dopo, il poeta capisce di essere stato vittima non dell'avversario, ma della propria stessa, futile, vittoria.

Un Incontro per Capire

"Incontro" è il racconto di una catarsi. È il disperato bisogno di riconciliare ciò che si è sentito allora con ciò che si è capito oggi. Il tuffo dalla scogliera è un tentativo di fondere questi due momenti, di spiegare al giovane sé stesso la natura della sua vittoria di Pirro e di dare finalmente un nome a quella sconfitta che ha continuato a bruciare per così tanto tempo.

È un incontro coraggioso con i propri errori, con la propria immaturità passata, e con la dura verità che alcune delle nostre più grandi sconfitte sono quelle che, un tempo, abbiamo stupidamente scambiato per vittorie.

Abbiamo tutti una "vittoria frivola" nel nostro passato, un momento in cui abbiamo "vinto" perdendo qualcosa di più grande? E avremmo il coraggio, vent'anni dopo, di tuffarci di nuovo in quel brivido per capirne il sapore?


~mia.

Lettera

M’ avvolge indistinto
quel tuo ricordo sincero
nel chiarore
d’ una sera umida d’ estate 
opaca di scirocco.



Ricordo

A volte, un ricordo non è una storia che raccontiamo nella nostra mente. Non ha un inizio, uno svolgimento e una fine. A volte, un ricordo è un'atmosfera. È un cambiamento nella qualità dell'aria, una sensazione sulla pelle, una luce particolare che avvolge ogni cosa. È una lettera, non scritta con inchiostro, ma con sentimenti e sensazioni, spedita da un tempo lontano fino al nostro presente.

La mia poesia, intitolata non a caso "Lettera", cerca di catturare proprio uno di questi messaggi dell'anima, un momento in cui il passato non viene semplicemente ricordato, ma rivissuto con tutti i sensi.

"M'avvolge": L'Abbraccio Indistinto e Sincero del Passato

La poesia si apre con un'azione subita, un'esperienza passiva: "M’ avvolge". Il poeta non cerca attivamente il ricordo; è il ricordo che, come una nebbia o un mantello, lo avvolge, lo circonda, lo isola dal presente. C'è un senso di resa dolce e inevitabile a questa sensazione.

Ma com'è questo ricordo? La poesia ce lo descrive con un ossimoro meraviglioso: è allo stesso tempo "indistinto" e "sincero".

  • Indistinto: I dettagli sono sbiaditi. Forse le parole esatte sono state dimenticate, i contorni dei volti si sono ammorbiditi. Il tempo ha levigato gli spigoli vivi della memoria, rendendola vaga, onirica.
  • Sincero: Eppure, nonostante questa vaghezza, il nucleo emotivo del ricordo è intatto, puro, inequivocabile. La sensazione di quel momento, la sua verità emotiva, è "sincera". Non c'è dubbio sulla sua autenticità.

Questa è la natura più profonda della memoria affettiva: possiamo dimenticare i fatti, ma il cuore non dimentica mai come si è sentito. La sincerità del sentimento è ciò che sopravvive, potente e inalterato.

L'Atmosfera dell'Anima: Una Sera d'Estate e di Scirocco

Il genio della poesia sta nell'usare l'atmosfera esterna come specchio perfetto di quella interiore. Il ricordo si manifesta "nel chiarore / d’ una sera umida d’ estate". Una serata estiva e umida è un'esperienza totalizzante. L'aria è densa, quasi palpabile, si attacca alla pelle. Ci si sente letteralmente "avvolti" dall'ambiente. È la stessa sensazione fisica che il ricordo provoca nell'anima.

Il "chiarore" è la luce di quel ricordo, il suo bagliore "sincero". È un momento di luce, forse la luna, forse le ultime luci del crepuscolo, che illumina la scena.

Ma questo chiarore non è limpido. È "opaca di scirocco". Lo scirocco è un vento caldo e umido, che porta con sé sabbia e foschia, rendendo l'aria pesante e la visibilità ridotta. L'atmosfera si fa "opaca", non trasparente. Ed ecco che l'immagine esterna combacia perfettamente con quella interna: il "chiarore" sincero del ricordo è reso "opaco" e "indistinto" dallo "scirocco" del tempo che è passato, dalla foschia della nostalgia.

Il Titolo: "Lettera", un Messaggio dall'Assenza

Perché intitolare tutto questo "Lettera"? Una lettera è un ponte, un mezzo per comunicare con qualcuno che è assente, per attraversare una distanza. In questo caso, il ricordo stesso funziona come una lettera.

  • Il mittente: È il "tu" della poesia, una persona assente, o forse una versione passata di noi stessi.
  • Il messaggio: Non è un testo scritto, ma una sensazione complessa e totalizzante: il sentimento di quel ricordo "sincero", avvolto nella sua atmosfera unica.
  • La consegna: Avviene in un momento di quiete, "al chiarore di una sera d'estate", quando le difese della mente si abbassano e l'anima è più ricettiva.

Il titolo ci invita a considerare questa esperienza non come un semplice affiorare di un ricordo, ma come una vera e propria comunicazione, un messaggio che il passato invia al presente per ricordargli una verità emotiva che non deve essere dimenticata.

La Sincerità che Resta

"Lettera" ci insegna che i ricordi più importanti non sono quelli che possiamo descrivere con precisione cronologica, ma quelli che possiamo ancora sentire. Sono quelli che hanno una loro "temperatura", una loro "luce", una loro "aria".

Sono frammenti di passato la cui sincerità è così potente da riuscire a piegare il presente alla propria atmosfera, avvolgendoci completamente, anche solo per un istante, nel chiarore opaco di una sera d'estate che non esiste più, se non dentro di noi.


~mia.

mercoledì 16 febbraio 2022

Comica

Naturalmente sussultoria 
mascherati d’ un gioco di eterna infanzia,
qualcosa sul finale mi strappa il sorriso.



Sorriso Strappato

La commedia non è sempre sinonimo di risata spensierata. Esiste una forma di comicità più profonda, più amara, che nasce dall'osservazione delle nostre stesse fragilità e delle maschere che indossiamo per nasconderle. È la commedia del clown triste, la cui gioia dipinta sul volto rende ancora più struggente la malinconia dei suoi occhi.

La mia poesia, intitolata appunto "Comica", è un'immersione in questo tipo di rappresentazione. È la descrizione di una vita vissuta come una recita, il cui finale non è un applauso, ma un sorriso involontario, quasi doloroso, strappato dalla consapevolezza dell'assurdo.

Il Corpo che Sussulta: La Verità Nascosta

Il primo verso ci offre la diagnosi, la verità nuda e cruda dello stato interiore del protagonista: "Naturalmente sussultoria". "Sussultoria" è una parola fisica, quasi medica. Evoca un fremito, un sussulto, uno spasmo involontario. È il corpo che parla quando la mente cerca di tacere. Potrebbe essere il sussulto dell'ansia, il fremito di un pianto represso, il tic nervoso di chi è costantemente in tensione. L'avverbio "Naturalmente" è cruciale. Ci dice che questa non è una condizione passeggera, ma la natura stessa di questo essere. La sua essenza è un'instabilità, un tremore fondamentale.

La Maschera dell'Infanzia: Il Gioco della Dissimulazione

Come si sopravvive in società con un'anima "sussultoria"? La risposta è nel secondo verso: ci si maschera. "mascherati d’ un gioco di eterna infanzia". Questa è la "Comica", la parte che si mette in scena per il mondo.

  • "Mascherati": L'atto di nascondersi è consapevole. È una performance per rendersi accettabili, per non mostrare la propria vulnerabilità.
  • "un gioco di eterna infanzia": La scelta della maschera è significativa. È la maschera dell'innocenza, della leggerezza, della spensieratezza. È l'atteggiamento di chi affronta la vita come un "gioco", rifiutando di prenderla sul serio. L'eterna infanzia è un rifugio, un modo per dire al mondo (e a sé stessi): "Non posso essere ferito, perché per me è tutto un gioco". È la persona che fa sempre la battuta, il Peter Pan che si rifiuta di crescere per non affrontare la complessità del mondo adulto.

Il Finale della Recita: "Qualcosa mi strappa il sorriso"

L'ultimo verso è la conclusione della commedia, il momento in cui il sipario cala e la verità emerge in modo inaspettato e quasi violento. "qualcosa sul finale mi strappa il sorriso."

  • "Sul finale": Può essere il finale della giornata, della recita sociale, o forse il finale della vita stessa. È il momento del bilancio, quando le luci si spengono.
  • "Qualcosa": Un evento, una parola, una presa di coscienza. È un elemento indefinito che agisce come la battuta finale di una barzelletta cosmica.
  • "mi strappa il sorriso": Questo è il cuore dell'immagine. Il verbo "strappare" è violento. Non è un sorriso che nasce spontaneamente dalla gioia. È un sorriso che viene estorto, tirato fuori a forza. È una reazione fisica, un ultimo "sussulto" che deforma il viso. È il sorriso amaro dell'ironia, il rictus di chi riconosce l'assurdità della propria lunga performance. È il momento in cui il clown, guardandosi allo specchio, è costretto a sorridere non per allegria, ma per la tragica comicità della sua stessa maschera.

La Commedia è Finita?

"Comica" è il ritratto di una vita spesa a nascondere un tremore interiore dietro la maschera di un gioco infantile. La vera commedia, ci suggerisce la poesia, è proprio questo sforzo di dissimulazione.

Il sorriso finale, strappato e involontario, è il punto di rottura, il momento di un'amarissima lucidità. È l'istante in cui il protagonista forse riconosce che la sua intera esistenza, con la sua tensione tra sussulto e maschera, è stata, in definitiva, una farsa. Una commedia profonda, dolorosa e, proprio per questo, terribilmente umana.


~mia.

domenica 23 gennaio 2022

Nomade

Nel profondo 
lo stupore d’ un giorno di primavera
nel giardino della pace e dell’ amore
giulivo m’ aggrappo alla vita
realizzando il tempo già passato.
Trafilo desideri, sogni,
da una catena colma della mia storia
seminando eclettiche briciole
di frammenti singolari d’ un attimo eccelso
tra essenzialità e trascendentalità.
Incamminandomi per un sentiero
non propriamente detto mio
persisto riempiendomi di domande
tasche povere d’ altro valore
lungo vicoli di baratterie
vagando nell’ ignoto oblio del perduto.
M’ hai preso per mano dicendomi
d’ ascoltare un mondo che prosegue
anche se il nostro respiro lontano non si sente,
segretamente non ho scordato il suono d’ inverno del mare.



Giardini di Primavera e Mari d'Inverno

Essere un nomade non significa solo vagare senza meta. Significa, soprattutto, portare il proprio mondo dentro di sé: una casa fatta di ricordi, una bisaccia piena di sogni e domande, una mappa interiore che solo noi possiamo leggere. Un nomade non è senza radici; le sue radici sono portatili e affondano nella propria storia.

La mia poesia, intitolata appunto "Nomade", è il racconto di questo viaggio esistenziale. È un percorso che si snoda tra la meraviglia di un attimo perfetto e il vagare in un oblio sconosciuto, tra la creazione di un'eredità e la consolazione di un incontro, per poi approdare al segreto più custodito dell'anima.

Prima Tappa: L'Attimo Eccelso nel Giardino

Il viaggio del nomade inizia da un momento di quiete e di estasi: "Nel profondo lo stupore d’ un giorno di primavera". Il luogo è idilliaco, quasi mitico: "il giardino della pace e dell’ amore". È un'immagine di armonia perfetta, un Eden interiore. In questo stato di grazia, la reazione è un attaccamento gioioso alla vita: "giulivo m’ aggrappo alla vita".

Ma questa gioia non è ingenua. Nasce da una consapevolezza quasi dolorosa: "realizzando il tempo già passato". È la comprensione della caducità delle cose che rende il presente così prezioso. Ci si aggrappa alla bellezza proprio perché si sa che non durerà. È una gioia matura, intrisa di una dolce malinconia.

Seconda Tappa: Il Seminatore di Briciole

Da questa consapevolezza nasce un bisogno creativo. Il nomade, portando con sé la "catena colma della mia storia", inizia un processo quasi industriale: "Trafilo desideri, sogni". Il verbo "trafilare" suggerisce uno sforzo, un lavoro per estrarre, per dare forma a qualcosa di nuovo partendo dalla materia grezza del proprio passato.

E qual è il risultato di questo lavoro? Non grandi monumenti, ma "eclettiche briciole". È un'eredità umile e preziosa. Il nomade semina frammenti dei suoi momenti migliori ("un attimo eccelso"), che sono allo stesso tempo "essenziali" (il nucleo del suo essere) e "trascendentali" (capaci di puntare oltre il sé). È il lascito di chi sa che della vita restano solo piccoli, luminosi frammenti di significato.

Terza Tappa: Il Viandante dalle Tasche Piene di Domande

Il giardino svanisce e inizia il vero e proprio vagabondaggio. "Incamminandomi per un sentiero / non propriamente detto mio". È il sentiero dell'esistenza, spesso non scelto, che ci troviamo a percorrere. Qui, il nomade "persiste", ma la sua ricchezza cambia natura. Le sue tasche sono "povere d’ altro valore", vuote di beni materiali, ma stracolme di "domande". È il ritratto del filosofo, del cercatore, la cui unica vera proprietà è il suo incessante interrogarsi.

Il mondo che attraversa è desolante: "vicoli di baratterie", dove tutto è uno scambio, e un "ignoto oblio del perduto", un luogo di cose dimenticate, di significati smarriti. È l'immagine di un'anima che vaga in un mondo che sembra aver perso la sua profondità.

Tappa Finale: L'Incontro e il Segreto del Mare

Proprio nel momento del massimo smarrimento, avviene un "incontro". Un "tu" prende il nomade per mano, un gesto di conforto e guida che rompe la solitudine. E gli offre una lezione fondamentale: "ascoltare un mondo che prosegue / anche se il nostro respiro lontano non si sente". È un invito all'umiltà, a riconoscere che il mondo non si ferma per il nostro dolore o la nostra gioia. È una lezione di prospettiva, necessaria per non rimanere schiacciati dal proprio ego.

Il nomade ascolta. Ma la poesia si chiude con un segreto, con una clausola del cuore che è tanto importante quanto la lezione ricevuta: "segretamente non ho scordato il suono d’ inverno del mare." Questa è la rivelazione finale. Nonostante la lezione di lasciar andare, nonostante il ricordo del giardino primaverile, il nomade custodisce segretamente un suono più antico, più potente, più malinconico: il suono del mare in inverno. Se il giardino era la gioia, il mare d'inverno è la sua anima profonda, forse la sua sofferenza, la sua forza primordiale, la sua vera casa interiore.

Portare il Mare Dentro di Sé

Essere un "Nomade", ci dice questa poesia, significa vivere abbracciando le contraddizioni. Significa custodire la memoria di giardini felici mentre si attraversano vicoli desolati. Significa creare briciole di bellezza dalla catena della propria storia. Significa imparare la lezione del mondo che va avanti, senza però mai tradire quel segreto interiore, quel "suono d'inverno del mare", che è la fonte più autentica della nostra identità.

Il vero nomade non è colui che non ha una casa, ma colui che ha imparato a portarsi il mare dentro, ovunque vada.

Qual è il "suono d'inverno del mare" che, segretamente, non avete mai scordato e che portate con voi nel vostro viaggio di nomadi?


~mia.

#quarantadue

Una meticolosa scelta di fiori
nella distesa di praterie 
al battito svelto
della fragilità d’ ali di carta
fitte d’inchiostro 
di libertà illusoria
dal piumaggio coriaceo,
avvolto da ali bluastre 
nel bozzolo delle mie paure
per contemplare nella notte
il volo d’ un mattino.


Nel Bozzolo della Paura, Aspettando il Volo

Quando le parole diventano un guscio

C'è un momento, nella vita di un artista, in cui la creatività non è un'esplosione, ma un atto di raccoglimento. Un momento in cui, invece di gridare al mondo, si ha bisogno di sussurrare a se stessi, di costruire un riparo con le stesse parole e immagini che un tempo usavamo per volare. La mia poesia "#quarantadue" nasce esattamente da questa necessità: è un bozzolo intessuto di inchiostro e paure, una pausa notturna dell'anima in attesa di una nuova alba.

In questo post voglio svelare il mondo che si nasconde dietro questi pochi, densi versi. Un'analisi non accademica, ma un viaggio personale nel significato delle metafore, nella scelta delle immagini e nel modo in cui questa poesia si lega indissolubilmente alla mia arte pittorica.

L'Enigma di un Numero: Perché #quarantadue?

Il titolo, "#quarantadue", è il primo indizio e il primo mistero. Un numero secco, preceduto da un hashtag che lo proietta nella modernità digitale. È un'età? Un traguardo? Un riferimento culturale, come la celebre "risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l'universo e tutto quanto"? Per me, rappresenta un momento preciso, una sorta di bilancio silenzioso. È il punto in cui la consapevolezza della propria fragilità non è più un difetto da nascondere, ma un dato di fatto da cui partire per costruire qualcosa di nuovo, qualcosa di più autentico e resiliente.

Un Viaggio nel Profondo

La poesia si sviluppa attraverso una serie di immagini in forte contrasto, che rappresentano la tensione interiore tra desiderio e realtà.

1. La Scelta e la Fragilità ("fiori", "praterie", "ali di carta")

I primi versi descrivono un'azione quasi ossessiva: una "meticolosa scelta di fiori" in una "distesa di praterie". Questa immagine evoca la ricerca di bellezza, di significato, di un dettaglio perfetto in un mondo vasto e potenzialmente dispersivo. Ma questa ricerca è legata a un "battito svelto", ansioso, e alla "fragilità d'ali di carta fitte d'inchiostro". Qui si svela la natura dell'artista: le sue ali, quelle che dovrebbero garantirgli la libertà, sono fatte di carta e inchiostro. Sono le poesie, le storie, le idee. Sono potenti nel loro mondo, quello dell'immaginazione, ma tremendamente fragili a contatto con la realtà.

2. La Libertà Illusoria e il Piumaggio Difensivo ("libertà illusoria", "piumaggio coriaceo")

Questo è il nucleo della poesia. Le ali di carta offrono una "libertà illusoria". È la libertà che si prova creando, un volo magnifico che però avviene stando fermi nella propria stanza. La consapevolezza di questa illusione porta a una reazione difensiva: il "piumaggio coriaceo". L'anima, per proteggere la sua essenza fragile (le ali di carta), sviluppa una corazza, una pelle dura. È il meccanismo che adottiamo per sopravvivere, mostrando al mondo una forza che nasconde una vulnerabilità profonda.

3. Il Bozzolo e l'Attesa ("ali bluastre", "bozzolo delle mie paure", "contemplare nella notte")

L'immagine finale è quella di un ritiro totale. L'io poetico è "avvolto da ali bluastre" – il blu della notte, della malinconia, forse dei lividi dell'anima – e si chiude "nel bozzolo delle mie paure". Questo non è un atto di resa, ma una scelta strategica. Il bozzolo non è una tomba, ma un laboratorio di trasformazione. È un luogo protetto dove, "nella notte", si può fare l'unica cosa sensata: attendere e contemplare. Non si lotta contro il buio, lo si accetta come fase necessaria per poter immaginare e prepararsi al "volo d'un mattino". È un atto di speranza passiva, di fede nel ciclo naturale di morte e rinascita.

Dalla Poesia alla Tela: Come Dipingerei #quarantadue

Ogni mia poesia porta con sé un quadro non ancora dipinto. Se dovessi tradurre #quarantadue in un'opera visiva, vedrei una composizione dominata dall'oscurità, ma non piatta.

  • La Palette Cromatica: I colori principali sarebbero i blu di Prussia, l'indaco, il nero di Marte, a rappresentare le "ali bluastre" e la "notte". Questo sfondo scuro sarebbe però interrotto da texture materiche, quasi ruvide, per rendere l'idea del "piumaggio coriaceo".
  • La Composizione: Al centro della tela, immaginerei una forma ovoidale, un bozzolo. Non sarebbe un oggetto liscio, ma fatto di strati sovrapposti, forse con frammenti di carta di giornale o pagine scritte che affiorano, a simboleggiare le "ali di carta fitte d'inchiostro".
  • Il Punto di Luce: La speranza del "volo d'un mattino" sarebbe rappresentata da un unico, potente punto di luce. Non un'illuminazione diffusa, ma un taglio di bianco di titanio puro o giallo di cadmio che sembra provenire dall'interno del bozzolo, una crepa da cui la luce preme per uscire. I "fiori" scelti meticolosamente potrebbero essere piccoli, quasi impercettibili tocchi di colore vibrante (un rosso, un viola) sparsi attorno al bozzolo, simboli della bellezza che resiste anche nell'oscurità.

Quest'opera sarebbe un'ode alla resilienza, un ritratto non di una persona, ma di uno stato dell'anima: la quiete feconda che precede ogni vera rinascita.

La Forza della Vulnerabilità

#quarantadue è, in fondo, un manifesto personale. È l'accettazione che la nostra più grande fragilità – la sensibilità, la capacità di sognare con "ali di carta" – è anche la fonte della nostra più grande forza. Ritirarsi nel proprio bozzolo non è fuggire, ma ricaricarsi. È un atto di fiducia nel domani, la certezza che dopo ogni notte, per quanto lunga, arriverà sempre il momento di spiegare di nuovo le ali, forse non più di carta, ma temprate dall'attesa e pronte per un volo reale.


~mia.

11 Novembre

Mattiniero 
tuo il sorriso di rugiada e orchidea.


Rugiada, Orchidee e l'Estate di San Martino

Ci sono poesie che sono fiumi in piena e altre che sono una singola, perfetta goccia di rugiada. La mia poesia, "11 Novembre", appartiene a questa seconda categoria. È un soffio, un'istantanea catturata in un giorno d'autunno, un tentativo di descrivere l'indescrivibile: un sorriso. Ma non un sorriso qualunque. Un sorriso che porta con sé la magia di una data specifica e la complessità di due simboli potenti e opposti.

In questa analisi della poesia voglio accompagnarvi in un viaggio che parte da un singolo verso per esplorare il significato profondo della data dell'11 Novembre, il simbolismo della rugiada e dell'orchidea, e come questa poesia d'amore breve possa diventare l'ispirazione per un intero quadro.

Il Significato di una Data: l'Estate di San Martino come Cornice Emotiva

Il titolo non è casuale. L'11 Novembre in Italia non è un giorno come gli altri: è San Martino. È il giorno legato alla tradizione dell'"Estate di San Martino", quel periodo di giorni insolitamente miti e soleggiati che spesso l'autunno ci regala prima del freddo invernale. È una piccola, preziosa estate fuori stagione, un momento di tepore inaspettato che sa di castagne e vino novello.

Questa poesia nasce in quella cornice emotiva. Il sorriso descritto è esso stesso un'Estate di San Martino personale: un calore improvviso, una luce che rischiara un giorno di novembre, una bellezza tanto più preziosa perché percepita come rara e forse effimera. È la chiave di lettura per comprendere la dualità del verso.

Il Miracolo di un Sorriso tra Fragilità e Splendore

Il verso ruota attorno a due immagini apparentemente inconciliabili, usate per descrivere il sorriso. Esaminiamo il simbolismo di ciascuna.

  • Il Sorriso "di Rugiada": Purezza e Fugacità La rugiada è l'essenza del mattino ("mattiniero"). È un velo di perle liquide che appare con la prima luce e svanisce al primo sole. Il suo simbolismo nell'arte e nella poesia è legato alla purezza, alla freschezza, alla fragilità e a una bellezza effimera e trasparente. Un sorriso "di rugiada" è quindi un sorriso innocente, spontaneo, che porta con sé la meraviglia di un nuovo inizio ma anche la consapevolezza della sua preziosa e fugace natura. È la parte più tenera e vulnerabile di quel sorriso.

  • Il Sorriso "e Orchidea": Eleganza e Profondità L'orchidea, al contrario, è un fiore complesso, esotico, quasi scultoreo. Il suo simbolismo è legato a una bellezza rara, alla sensualità, al lusso, all'eleganza e a una forza sofisticata. Non è un fiore di campo, ma un capolavoro della natura che richiede cura e attenzione. Un sorriso "e orchidea" è un sorriso che possiede una profondità misteriosa, una struttura, una promessa di passione e una bellezza che non svanisce in un attimo, ma che affascina e persiste.

La magia del verso sta nella congiunzione "e". Il sorriso non è o rugiada o orchidea. È entrambe le cose contemporaneamente: un miracolo di equilibrio tra la purezza fragile e la bellezza complessa, tra l'istante che fugge e l'eleganza che rimane.

La Bellezza come Atto di Equilibrio

"11 Novembre" è un promemoria di come la bellezza più profonda risieda spesso nell'equilibrio degli opposti. Ci insegna che in un sorriso, in una persona, possono convivere la fragilità più pura e la forza più elegante. È un invito a cercare e riconoscere le nostre personali "Estati di San Martino": quei momenti di grazia inaspettata che ci riscaldano l'anima.


~mia.

sabato 15 gennaio 2022

Ulivi

Un punto sordo
risuona su questa terra arida
di crepe sul viso
asciutte dal tempo
d’un ulivo secolare
c’ apre un insolito scenario; 
su di un cielo
azzurro limpido
si ramificano arse punte
intente a sovvertire
l’ incontrovertibile
mentre abile vortica
verso l’ orizzonte
una foglia assetata
di lacrime salate
d’ occhi saturi
incapaci d’ apprezzare.


La Voce Silenziosa della Terra

Poche figure sono così radicate nel nostro paesaggio mediterraneo e nel nostro immaginario collettivo come l'ulivo. È un simbolo di pace, di tempo, di una forza che si piega ma non si spezza. Nella mia poesia "Ulivi", ho voluto dare voce al dramma silenzioso di questa creatura secolare, trasformandola nello specchio di una lotta universale. Questo post offre un'interpretazione della poesia contemporanea "Ulivi", un commento al testo poetico che ne esplora i versi per svelarne il significato più profondo, un viaggio nelle metafore sulla vita e la sofferenza che animano questa composizione.

L'analisi di questa poesia italiana inizia con un'immagine uditiva che è quasi un'assenza di suono, "un punto sordo", un tonfo interiore che si propaga in una "terra arida". Questa aridità non è solo fisica ma esistenziale, e viene subito personificata nelle "crepe sul viso" dell'ulivo secolare. Qui, il simbolismo dell'ulivo si manifesta con potenza: l'albero non è solo una pianta, ma un testimone del tempo, un vecchio saggio la cui pelle porta le cicatrici di innumerevoli stagioni. Il testo ci presenta uno scenario di sofferenza antica, quasi immobile. Ma è proprio da questa immobilità che si genera il dramma. 

Il contrasto introdotto dal "cielo azzurro limpido" è una delle figure retoriche centrali del testo; una bellezza perfetta e quasi indifferente che sovrasta una scena di lotta terrena. È su questo sfondo di impassibile perfezione che si compie l'atto di ribellione: le "arse punte" dei rami non si limitano a esistere, ma sono "intente a sovvertire l'incontrovertibile". Questa è la chiave di volta del significato della poesia: la resilienza non è passiva accettazione, ma un tentativo attivo, quasi disperato, di cambiare un destino che appare immutabile. È la lotta per la vita contro ogni evidenza. La prospettiva poi si restringe, dal macrocosmo dell'albero al microcosmo di una singola "foglia assetata" che "abile vortica". 

Il suo viaggio non è verso una fonte d'acqua, ma verso un nutrimento ancora più amaro e paradossale: le "lacrime salate d'occhi saturi incapaci d'apprezzare". Qui la poesia sulla natura e resilienza compie la sua svolta più critica e malinconica. La lotta eroica dell'ulivo, il suo dramma cosmico, avviene sotto gli occhi di un'umanità così piena ("saturi") delle proprie futili emozioni da essere diventata cieca, incapace di vedere e apprezzare questo miracolo di tenacia. La foglia non cerca semplice acqua, ma un riconoscimento, una compassione, una connessione emotiva che però le viene negata. L'ulivo, quindi, diventa simbolo non solo della resilienza della natura, ma anche della sua profonda solitudine di fronte a un'umanità distratta e indifferente.

"Ulivi" non è soltanto una dedica a un albero maestoso, ma una profonda meditazione sulla percezione. Ci spinge a chiederci quante lotte silenziose, quanti atti di incredibile resilienza si consumino ogni giorno davanti ai nostri occhi, mentre siamo troppo saturi per accorgercene. È un invito a svuotarci del superfluo per tornare ad apprezzare il dramma e la bellezza dell'esistenza, sia essa quella di un albero secolare o quella che si nasconde nelle pieghe delle nostre stesse vite.


~mia.

sabato 8 gennaio 2022

Fiamma

Come ogni giorno
suona la sveglia
ed il mio cuore in festa
accende il motore
in preda la frenesia
di condividere con Lei
un Espresso.
Come d’ abitudine
accade,
gentilmente
saluto il commesso
pagando
due deliziosi caffè.
Dal mio solito posto,
entra frettolosa
perdendosi
nell’ effimero
amaro caffè 
come il fiammifero
effimero
che velocemente
brucia.


I Piccoli Riti che Accendono il Cuore

La nostra vita è scandita da piccole abitudini, gesti ripetuti che, giorno dopo giorno, diventano l'ancora della nostra quotidianità. Ma cosa succede quando uno di questi riti si carica di un'attesa speciale? Succede che una semplice sveglia può dare il via a un "cuore in festa" e un caffè può diventare l'orizzonte di un'intera mattinata. La mia poesia "Fiamma" nasce proprio da questa scintilla. È una poesia sull'amore moderno, che esplora la dinamica tra l'entusiasmo dell'attesa e la realtà fugace di un incontro. In questa analisi della poesia vedremo come un gesto semplice come condividere un Espresso possa contenere tutta la dolcezza della speranza e l'inaspettata amarezza di un istante che brucia troppo in fretta.

Il Motore del Cuore: L'Entusiasmo della Routine

La prima parte della poesia è un'ode alla gioiosa anticipazione. La routine non è noia, ma un terreno fertile per l'entusiasmo. La metafora del "cuore in festa" che "accende il motore" è potente: trasforma un'emozione in un'azione fisica, quasi meccanica, una forza propulsiva che mette in moto l'intera giornata. L'oggetto di questa "frenesia" non è un evento epocale, ma un piccolo, prezioso rito: "condividere con Lei un Espresso". La maiuscola su "Lei" eleva la sua figura, la rende il centro di questo universo mattutino. La meticolosità del rito prosegue con l'acquisto di "due deliziosi caffè", un dettaglio che cementa l'idea di condivisione e di un piacere che, nella mente del poeta, è già perfetto. Questa è una poesia sull'attesa nel suo stato più puro e ottimista.

L'Amaro Sapore dell'Effimero: La Svolta della Poesia

La svolta emotiva arriva nell'ultima strofa, cruda e fulminante. La scena cambia prospettiva e si carica di una malinconia sottile. Il poeta osserva "dal mio solito posto", un dettaglio che sottolinea la sua costanza, la sua fedeltà a quel rito. Ma l'arrivo di Lei rompe l'incantesimo. Entra "frettolosa", una parola che cozza violentemente con la paziente attesa del poeta. Non c'è condivisione, ma un perdersi solitario nel caffè. E qui, la percezione del caffè stesso cambia radicalmente: da "delizioso" diventa "effimero" e "amaro". L'amarezza non è più solo nel gusto, ma nel sentimento, nella delusione. È il cuore di una poesia sulla delusione amorosa, quella che nasce non da un grande tradimento, ma da mille piccole disattenzioni. Il finale è una sentenza: il caffè, e per estensione l'incontro stesso, è "come il fiammifero effimero che velocemente brucia".

Il Simbolismo del Caffè e della Fiamma

Per comprendere appieno questa poesia breve d'amore, dobbiamo analizzare i suoi due simboli cardine.

  • Il Caffè: È il teatro dell'incontro, il catalizzatore di speranza e delusione. All'inizio è una promessa di calore e condivisione. Alla fine, diventa lo specchio della realtà: un piacere fugace, un liquido scuro in cui perdersi per un attimo prima di correre via, lasciando dietro di sé un retrogusto amaro. Rappresenta il significato del caffè nelle relazioni moderne: un pretesto per vedersi che a volte si svuota del suo stesso significato.
  • La Fiamma (il Fiammifero): Questo è il simbolismo della fiamma più malinconico. Non siamo di fronte a un falò che scalda e dura a lungo. Siamo di fronte alla fiamma di un fiammifero: intensa, brillante, ma destinata a spegnersi in pochi secondi. "Lei" è quella fiamma. La sua presenza è un lampo che illumina la giornata del poeta, ma è troppo breve per scaldarlo davvero, lasciandolo con il fumo di un desiderio appena acceso e già estinto. È la metafora perfetta per un amore non corrisposto o, più sottilmente, per un amore vissuto a velocità diverse.

L'Amore al Tempo della Frenesia

"Fiamma" è una poesia che cattura con precisione una sensazione profondamente contemporanea: amare qualcuno che vive a un ritmo diverso dal nostro. È il racconto della dedizione silenziosa che si scontra con la fretta, della speranza che ogni giorno si accende per poi, a volte, spegnersi troppo in fretta, proprio come una fiamma. Ci lascia con una domanda sospesa nell'aria, densa come l'aroma di un caffè amaro.


 ~mia.

Un Arrivederci, Non un Addio: Nuove Ali per le Nostre Storie!

Cari lettori, eccoci arrivati a un momento speciale, un crocevia nel nostro percorso qui sul blog con dominio personalizzato. Con un po'...